di tatticismi… #Italy

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In Italiano (ogni tanto, non guasta; an English version will be published if needed).

Il primo punto che vorrei condividere subito, per sgombrare il campo da equivoci, è che non sono stato, e non sono, partecipe della “Renzimania”, anche se condivido alcune delle sue ipotesi di lavoro ed alcuni dei suoi provvedimenti.

In Italia, come ho scritto più volte in inglese e discusso quando ero all’estero, abbiamo l’abitudine di cercare qualcuno che ci salvi da noi stessi, a cui diamo acritico sostegno all’inizio, salvo poi indicare che “ci ha deluso”, “è come tutti gli altri” non appena… siamo toccati sul vivo dei nostri interessi e non avviene tutto in una notte.

Il concetto di “interesse personale” in Italia è un po’ più ampio che in altri paesi, visto che coinvolge anche interessi di terzi con cui abbiamo un rapporto di scambio diretto od indiretto, ma prima o poi qualcosa dovrà pur cambiare- e senza la “foglia di fico” che utilizziamo da decenni “ce lo ha richiesto l’Europa”.

La nostra ricerca del “cavaliere bianco” che ci salvi di solito è legata ad un “contratto informale” (non arriverei a chiamarlo “contratto sociale”): deve far ciò che serve, darci quello che altri paesi normali hanno e… non interferire con quello che già abbiamo.

In pratica, uno Stato che ci curi dalla culla alla tomba, ma con una economia iper-liberista (possibilmente senza tasse).

Il problema per Renzi è che, sostituendo Letta come PM ma senza elezioni, ha una maggioranza eletta seguendo addirittura il pre-predecessore di Letta, Bersani, e che, come accennato di nuovo da Fassina, è stata eletta su un programma diverso.

Certo che, se potesse, come al solito, avere i benefici del nuovo programma e mantenere il vecchio, non sentireste spesso di dissensi nel PD… aspetterebbero prima che il Governo prenda qualche cantonata e perda qualche pezzo per strada.

Renzi quindi può fare annunci, e deve poi non solo conquistarsi i voti su ogni provvedimento, quasi come se non avesse un partito di riferimento, ma, assumendo di non arrivar sfiniti alla meta, prepararsi alla battaglia successiva- dato che, in generale, le leggi in Italia poi cadono sull’attuazione, arte in cui la burocrazia italiana è maestra e talvolta anche diga.

Diga, perchè in alcuni casi (e non solo con questo governo) le alchimie politiche producono dei compromessi difficilmente convertibili in realtà- soprattutto in tempi di ristrettezze economiche, e quindi la burocrazia non necessariamente è conservatrice per partito preso- talvolta, potrebbe anche pensare alla continuità istituzionale.

Anche se continuo a pensare che, antipatiche o meno, condivisibili o meno le loro posizioni, almeno un paio di ministre in recenti governi siano state “affondate” dalla burocrazia che difendeva il proprio territorio, anche se questo esponeva il Paese a costi e pessime figure…

Mesi fa mi venne chiesto se fossi in procinto di supportare Cinquestelle- è improbabile che io possa mai considerare di supportare chi, come programma politico, essenzialmente ha “noi siamo buoni, gli altri sono da spazzare via”: non è il mio ideale di democrazia, e non vedo un programma da condividere (i “messaggi dalla montagna” di Grillo sul suo blog, o Scalfari su “La Repubblica” come se fossero l’oracolo di Delfi non sono per me un programma, ma, di nuovo, tatticismi).

Tale suggerimento seguiva altri ricevuti quando vivevo a Bruxelles (il concetto che mi venne riferito era riassumibile in “have you been pissed off enough to switch to the Pirate Party?”;).

Il mio interesse è un sistema che funzioni, e possibilmente resti tale al di là dei miei interessi immediati o che posso per il momento individuare.

Da noioso riformatore (me lo dicevano quando avevo 14 anni, nel 1979- ed a sinistra, questo era un insulto, ai miei tempi), continuo a credere che si debbe ragionare in termini di obiettivi di lungo termine, ed agire sul breve termine secondo pragmatica, assumendo che, ovviamente, ciò comporta che anche compromessi a breve termine non debbano snaturare l’obiettivo: il fine non giustifica i mezzi, perchè altrimenti siamo alla “Fattoria degli animali” di Orwell.

Come disse tempo addietro il Presidente della Repubblica, di tatticismi, su muore- e, francamente, come ripeto spesso, il vecchio PCI era già morto a fine anni Settanta, e di tatticismi, sostituendo alla tensione verso un modello di società (condivisibile o meno) la mera occupazione del potere (il “perchè noi faremo di meglio, una volta al potere”- Cinquestelle non è poi così nuovo).

Per aver potere locale e dimostrarsi in grado di essere considerato affidabile come partito di governo, fu più realista del re.

Per ampliare la propria base elettorale e diventare partito di governo, fece un’opposizione di facciata prima alla DC, poi a Berlusconi.

E dall’inizio del nuovo secolo? Perso in un tripudio di tatticismi in cui gli stessi dirigenti dell’ex-PCI, francamente, credo abbiano faticato a raccapezzarsi e “trovare una linea”.

Ho sentito le recenti dichiarazioni di Macaluso, ex-dirigente dell’ex-PCI, di cui ho comunque apprezzato alcuni libri in passato (come diagnosi se non come prognosi o terapia sui mali della sinistra italiana), in cui fa appello alla forma partito di massa.

In questo, son più vicino ai Renziani, perchè ricordo cosa voleva dire il “partito di massa”, e condividerò un esempio pratico.

Quando ero al liceo, avevamo una manifestazione ed un picchetto quasi ogni settimana- e spesso il “capo cellula” (o come si chiamava) della FGCI nel mio liceo partecipava alle discussioni, quando non ne era addirittura l’iniziatore, ma quando si doveva dire “va bene, si fa”… doveva chiedere al partito (anzi, al Partito).

Perchè ogni decisione, ad inizio anni Ottanta, era “tattica”, non strategica, e quindi si decideva caso per caso- dipendeva anche da chi organizzava cosa.

No, non ero nel PCI o nella FGCI, anche se in alcuni casi condividevo alcune delle loro posizioni.

L’idea di un partito in cui tutti possono parlare (più o meno), tutti sono ascoltati (più o meno), ma poi, alla fine, in mancanza di una strategia di riferimento, si vada di decisione tattica in decisione tattica, sulla base dei diktat di un gruppo dirigente che naviga a vista, era l’idea che io vidi non del “partito massa”, ma del “partito mandria”.

Come ho scritto a più riprese online in inglese (ma anche in Italiano su http://www.dirittodivoto.com/portal/dirittodivoto-com-section/ddv-strumenti), dalla fine anni Settanta all’inizio del nuovo secolo ho visto la domanda politica cambiare, mentre l’offerta restava statica, almeno a sinistra (tranne il caso Vendola, che, in effetti, è una forma di peronismo in salsa Internet).

Quindi, ben prima che Internet diventasse uno strumento diffuso, stavano maturando i tempi per una politica non mediata, una politica legata a cause e scelte, e non all’abbandono totale ad un “il partito ha sempre ragione”.

Piaccia o non piaccia, per una fetta sempre più ampia della popolazione votante il voto va conquistato ogni giorno, ed il “panem et circenses” (un vero e proprio “voto di scambio”;) tipico della politica italiana, magari mediato da strutture intermedie solo formalmente non integrate nei partiti (p.es. i sindacati), è superato, perchè non più sostenibile.

Tra l’altro, negli anni Ottanta tra i miei coetanei politicamente impegnati era inusuale non avere una tessera di partito.

Io feci la scelta di votare caso per caso, pur essendo di “area di sinistra”, e di non prendere mai una tessera, perchè consideravo che la tessera fosse sinonimo di inquadramento, ma adesso vedo che è una scelta comune, tra quelli ben più giovani di me.

Ero di sinistra al punto di aver fatto la campagna elettorale per un partito chiamato Democrazia Proletaria nel 1983, per aver un’opposizione seria in Parlamento- entrati in Parlamento in forze, l’obiettivo mio e di altri giovani era stato raggiunto, e quando i “dirigenti” ci presentarono il loro piano di organizzazione che prevedeva la burocratizzazione degli attivisti che avevano collaborato in campagna elettorale, mi feci una risata, ed insieme ad altri cessammo qualunque rapporto con loro:)

Non credo che sia questione puramente anagrafica: non mi piacciono i politici che sembran pupazzi a molla che, essendo ai margini della scena politica, puntano ad acquisire visibilità intervenendo sempre con battute brillanti- anche se sono più “Internettiani” (sì, sto pensando a Civati), o che sono sempre contro, “a prescindere” (sì, sto pensando ai Cinquestelle- sono d’accordo solo quando possono “vendere”, vero o falso, che è qualcosa su cui possono dire di esser stati i primi).

Ovviamente, di nuovo, una politica basata sulla visibilità in assenza di strategia è ovviamente basata su “punzecchiature tattiche”, che ricordano che l’autore/autrice esiste, ma non aggiungono niente e non producono risultati (tranne il tentare di portare gli avversari a trasformare quello nel tema del giorno).

Vi ricordate come la prassi, a destra come a sinistra, era di utilizzare lo Stato come ammortizzatore sociale informale, partendo da acquisti di prodotti e servizi invenduti sul mercato, all’assorbimento di personale in esubero, a veri e propri acquisti di imprese?

Oggi, abbiamo la cassa depositi e prestiti che di fatto è “evocata” (quasi fosse un fantasma e che la politica economica in Italia si facesse nelle sedute spiritiche) per ogni salvataggio, utilizzando di volta in volta foglie di fico più “di tendenza”: il project financing, l’investimento azionario, ecc- peccato che, se i privati preferiscono non reinvestire sulle proprie aziende, e scegliere investimenti alternativi, magari una ragione ci sarà pure…

Potrebbe non esser male coinvolgerla per risolvere un’impasse che permetterebbe di render più fluido il mercato del lavoro senza necessariamente ridurre i diritti, ovvero utilizzarla come garante per i prestiti alle piccole imprese nella partita sulla restituzione in busta paga del TFR, magari creando una struttura ad hoc, in modo da poterla in un futuro attrarre investitori, o addirittura per rilevare i fondi TFR delle imprese e dare in cambio liquidità, coinvolgendo nella compagine azionarie banche (non necessariamente solo italiane, se interessate).

Se guardate il mio profilo su Linkedin.com/in/robertolofaro, vedrete che in effetti ho lavorato per un certo numero di anni in vari settori- incluso quello bancario, ma anche sia con piccole che medie o grandi imprese in Italia ed all’estero.

Il TFR, fuori dai dibattiti politici, è in effetti un modo per legare un dipendente sia ad un’impresa (più resti, più aumenta il “tesoretto” che avrai alla fine), sia, nelle aziende più grandi, per rafforzare il ruolo del sindacato (non è inusuale l’anticipo sul TFR come elemento negoziale).

Al tempo stesso, è un costo ma diventa una fonte di autofinanziamento: nominalmente dei dipendenti, viene usato dalle imprese, e, soprattutto di questi tempi di scarsa liquidità, toglierlo all’improvviso creerebbe problemi di sopravvivenza.

Mi ricordo che un paio di decenni fa, durante una acquisizione di impresa da parte del mio datore di lavoro (ero quadro), venne alla fine decisa una forma di fusione che faceva sì che non fossero pagate le liquidazioni- per ovvi motivi di tenuta delle due aziende coinvolte (appena mi venne detto mi feci una risata, visto che avevo un po’ di anni di esperienza di “number crunching” nelle aziende).

Ed in più casi, anche nell’ultimo decennio, sentii discorsi simili.

Capisco l’idea di far usare alle banche i fondi BCE per finanziare il TFR delle piccole e medie imprese, ma lo trovo un tatticismo che crea una serie di complicazioni.

Innanzitutto, io sono contrario a che A debba ricevere fondi da B, costituire un debito nei confronti di B, con destinazione d’uso una terza parte, anche perchè, grazie alle regole sulla gestione del rischio, A (le banche) si troverebbe poi a dover gestire ulteriori elementi (rischi, ecc), e legger sui giornali “aspettiamo che passino gli stress test BCE, e poi lo facciamo” mi sembra una furbata all’italiana, che snatura il concetto di stress test (non è “passata la festa, gabbato lo santo”- ma è per validare la tenuta sistemica).

Poi, le piccole medie imprese, mentre il lato “politico” (Squinzi/Confindustria) si lanciava in proclami (Confindustria, come le centrali sindacali, sono spesso burocrazie che mirano alla propria sopravvivenza ed han dimenticato la propria ragion d’essere, ovvero far gli interessi dei loro iscritti), han detto una cosa molto ragionevole: facciamolo, ma che sia neutrale per le imprese.

Ovvero: se l’impresa C riceve fondi dalla banca A per mettere il TFR in busta paga, questo presumibilmente avrà impatto sull’esposizione complessiva dell’impresa C verso il sistema bancario, e quindi sul suo livello di rischio e quindi, probabilmente, anche sul tasso che dovrà pagare per (o la possibilità di ottenere) nuovi prestiti.

Il paradosso? Che, piaccia o non piaccia, procedendo di centimetro in centimetro, di fatto le riforme si stanno facendo- diversamente da quanto sembrerebbe leggendo i giornali.

Resta il problema dei regolamenti di attuazione, per garantire che le riforme non durino una stagione e siano poi sostituite dal governo successivo (con oneri non indifferenti scaricati sulle imprese: provate a pensare cosa implica il balletto sì/no su base settimanale, a chi deve ricalcolare ed ipotizzare l’impatto, soprattutto nel periodo in cui si definiscono i budget per l’anno successivo).

Sostituire TFR e cassa integrazione con altri ammortizzatori sociali non legati all’impresa ma alla persona permetterebbe di avere sistema che premia i risultati, non le rendite di posizione.

Se sei davvero un/una riformista, dovrebbe esser seconda natura guardarti attorno nella vita di tutti i giorni, ed individuare, in base alle tue esperienze, conoscenze, capacità, possibilità di miglioramento da condividere con chi è in grado di attuarle.

Per esempio: se sono in una coda (cosa comune, in Italia), di solito leggo; se non posso o voglio leggere, o se vedo qualcosa che attira la mia attenzione, inizio ad osservare come sono svolte le attività, cosa potrebbe esser cambiato, gli impatti di tali cambiamenti, come gestire la transizione (va beh, visto che me ne sono occupato per un quarto di secolo!).

Mi hanno sempre affascinato architettura e scienza, ed entrambe mi hanno insegnato qualcosa che mi è stato estremamente utile nelle attività per la gestione del cambiamento: sono abituato a pensare, dal primo giorno, al giorno in cui passerò ad altra attività, ed ogni giorno parte della mia attività è garantire che possa esser continuata da altri.

Come ho scritto ieri in inglese, guardate la durata della vita media in Europa ai tempi in cui si costruivano le cattedrali gotiche, e guardate la durata dei lavori: spesso, le attività coprivano più generazioni.

Nella nostra società, siamo sfortunatamente abituati ad associare “veloce” con “adesso”- ma ciò non è sempre vero.

Una società che vive di tatticismi non è detto che muoia, in senso fisico, ma certamente è improbabile che riesca a costruire qualcosa- anzi, è probabile che, in mancanza di una sua strategia, siano altri a dettarla (ed in Italia abbiamo avuto invasori per secoli- spesso, grazie alla facilità con cui era possibile metterci l’uno contro l’altro).

Io resto dell’idea che, per adesso, i tre partiti principali “giochino” ciascuno a rimuovere dal tavolo uno (meglio se due) dei contendenti, pur essendo di fatto tutti e tre interessati a rimuovere i micro-partiti (che diventano sempre più spesso partiti agglutinati intorno ad un singolo leader).

Ma, comunque, non credo che puntare a mantenere partiti di apparato e burocrazia sia una scelta saggia ed un investimento per il futuro: ad ogni tempo, la sua forma di aggregazione e strutturazione dell’azione politica.

I nostalgici del milione di tessere e dei quattro gatti che decidono e vanno avanti per cooptazione cercano di creare oggi quello che da decenni era in declino, anche se, essendo dentro al meccanismo, probabilmente non se ne rendevano conto (come è prassi: basta disincentivare qualunque comunicazione che non segue la “linea del partito” e cacciare gli “eretici”;).

E, in ogni caso, qualcosa che il “pubblico” di oggi non accetterebbe.

Certo, se va avanti il progetto di politica che prevede la demolizione sistematica del sistema educativo ed il disincentivo agli studi universitari (lo slogan sembrerebbe essere “ignorante è bello” – “ignorance is a bliss”;), magari anche in futuro ci sarà spazio per partiti con milioni di iscritti che chiedono solo panem et circenses, non partecipano al cambiamento, e seguono solo l’onda- fintanto che si riesce a dar loro pane e divertimenti.

Preferisco un modello più faticoso da gestire, ma che prevede una maggiore partecipazione cosciente (e son d’accordo con Renzi su questo: se poi arrivano delle uova dai pochi che preferiscono quello come strumento di dialogo, vabbè, ci si fa una risata o una frittata- ma meglio uova ed ortaggi che le Molotov), ed un cambiamento che è sia dall’alto, che dal basso.

Mica si può continuare a creare commissioni per le riforme ed i tagli che restan in vita per decenni…:D

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